Città aperta: La presenza marocchina che cambia Torino

Città aperta la presenza marocchina che cambia Torino

torinoècasablancaSi può vivere a Torino come in Marocco, e viceversa. Per Emanuele Maspoli, educatore, animatore, albergatore e molto altro ancora, è andata proprio così: dopo anni passati a Venezia a dirigere una casa di vacanze, nel 2011 è tornato nella sua città natale e si è stabilito a Porta Palazzo perché, dice, «il Marocco era la mia fuga e ho scoperto che potevo viverla anche dove ero nato». Ora la storia della comunità marocchina torinese, la più grande d’ Italia, è nel suo nuovo libro, “Torino è Casablanca” (Ananke edizioni), che sta per essere presentato in libreria (il 18 gennaio alle 18 a Linea 451, in via Santa Giulia) e al Circolo Maurice, luogo storico del movimento gay torinese, il 26 gennaio alle 16. Non a caso, dato che la trasformazione multietnica della città ha cambiato – in meglio, secondo i testimoni – anche la mappa, le abitudini e i rituali del mondo gay. Non senza paradossi, la presenza di una comunità che all’ esterno appare chiusa ha reso Torino una città più aperta. Dove ci si incontra molto più di un tempo fra persone dalle originie dalle nazionalità molto diverse. Maspoli, che nel suo quartiere ha aperto un bed & breakfast, vive dall’ interno la vita dei caffè marocchini, che ha imparato a distinguere tra buoni e meno buoni: «Sono spazi prevalentemente maschili, dove si fuma il narghilè, si chiacchiera, si passa il tempo cordialmente, si fanno amicizie. In generale sono migliori di quelli dove si consuma anche alcol, perché in Marocco il consumo di vino, birra e liquori si accompagna spesso all’ ubriachezza, con risultati spiacevoli». Nel libro ci sono molte interviste, agli esponenti più in vista dei diversi gruppi religiosi, ai leader della comunità ma anche a qualche anonimo, come Omar, 40 anni, che vive travestendosi e prostituendosi. «La sua storia mi ha fatto un po’ di tristezza – ammette Maspoli – perché questo tema è ancora un forte tabù. Da un lato in Marocco la sessualità appare più facile e istintiva, compresi gli incontri tra uomini, dall’altro il matrimonio rappresenta un vincolo sociale fortissimo, l’obiettivo al quale ogni uomo e ogni donna devono adeguarsi. Il risultato è che anche qui a Torino, nonostante la presenza di molte donne che si prostituiscono e di alcuni uomini che fanno la stessa cosa nei locali frequentati sia da italiani sia da stranieri, l’argomento è sgradito. E i miei amici imam mi hanno rimproverato molto di più per l’intervista a Omar che per altri punti di vista più rilevanti su religione, costume e politica riportati nel libro». «La vita di un gay marocchino è tremenda – si sfoga Omar – Per me è un lavoro ma spero di smetterlo al più presto, di trovare la donna giusta e mettere su famiglia. A Torino non frequentoi miei connazionali, loro non sanno di me, solo qualche amico che fa la mia stessa vita». Una vita haram, cioè proibita, che potrebbe cambiaree tornare halal, cioè osservante, magari una volta tornati in patria. Un confine sottile, quello tra harame halal, che Maspoli riassume così: bevo alcol fuori casa o di nascosto ma non nel mese del Ramadan; faccio sesso solo con mia moglie anche tutte le sere di Ramadan tanto è halal, oppure vado con le prostitute solo dopo la rottura del digiuno; vado a letto con uomini ma solo se passivi (c’è una parola anche per questo, zamel, indica un omosessuale passivo ed è alquanto spregiativa ma non ne esistono altre se non l’ universale gay), e non lo deve sapere nessuno; gioco d’ azzardo ma faccio l’elemosina; spaccio ma vado in moschea. Già, la moschea: nell’ attesa del nuovo edificio, restano le sale di preghiera, molto frequentate il venerdì, ma solo da una minoranza della comunità: «Molte famiglie sono prese dai loro problemi quotidiani e vivono più laicamente». Intanto però le persone si mescolano: in via Borgo Dora, Al Jazeera ha una clientela di uomini marocchini di pomeriggio e di signore torinesi la sera, il caffè Hajar offre i suoi narghilè di fronte al Café Liber, mentrei giardinetti di via Alimonda sono stati riconquistati dallo spaccio grazie alle famiglie marocchine che volevano farci giocare i bambini. «Non sarebbe ora – osserva Maspoli – di dedicare a Casablanca almeno un viale in Barriera di Milano?».

VERA SCHIAVAZZI 11 gennaio 2013 13 sez. TORINO

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