Solidarietà ad Atlantide

atlantide-cassero-porta-santo-stefanoIl 9 ottobre è avvenuto lo sgombero di Atlantide: esprimiamo la nostra solidarietà ai compagni e alle compagne bolognesi!

Da Torino a Bologna, in tutta Italia assistiamo a una stretta sulla “legalità”. Spesso sfruttando la “rabbia” rabbiosa e rancorosa di pochi cittadini infastiditi da gente che non amano (ed è un odio “politico” anche questo), sindaci, assessori, prefetti, politicanti vari di fanno araldi e paladine dell’ordine e del rispetto delle regole. Che amara contraddizione, se pensiamo al livello di corruzione e di sfregio del diritto a cui arriva oggi la stessa classe politica ufficiale. Ma non è solo questo il punto.

Ci sono poi gli interessi economici di quelli che sono pronti a comprarsi per quattro euro gli spazi sgomberati. Sì, perché il passo dopo lo sgombero è la privatizzazione e la svendita del patrimonio pubblico. Ma non è nemmeno solo questo il punto.

Siamo solidali con tutte le realtà occupate che da anni fanno un lavoro politico e sociale importante, originale, pieno di significato, e lo fanno certamente per motivi diversi e opposti all’avidità personale e all’affarismo. Lo fanno perché hanno in mente un’altra idea – più autentica – del bene comune. Un’idea che va in direzione opposta alla privatizzazione delle nostre vite e che implica che soprattutto le realtà territoriali, locali, i “comuni”, siano sensibili e responsabili nel consentire spazi di cittadinanza democratica. Questo è il punto!
Oggi la nostra più viva e partecipe solidarietà va alle compagne e ai compagni di Atlantide, a Bologna: spazio frocio, femminista, punk che esiste dalla fine degli anni ’90. Sono esperienze preziose che sarebbe criminale far scomparire. Chiediamo quindi all’amministrazione di riconoscere i collettivi che animano Atlantide come degni interlocutori e di giungere con loro, e non contro di loro, a una soluzione che permetta a questa esperienza di continuare.
Perché “se Atlantide affonda la cercherete per millenni”.

Doppio libretto agli studenti trans. Così cambiano le università

Quando Agnese Vittoria ha superato l’esame di francese all’università di Catania a farla felice non sono stati i tre crediti ottenuti, ma l’attestato che le hanno consegnato: sopra c’era stampato il suo nome al femminile e il titolo «studentessa». Non sembrerebbe niente di straordinario. Ma solo a luglio scorso, all’appello per l’esame di etica della comunicazione, il professore aveva chiamato Giuseppe Vittoria. E lei si era dovuta alzare sui tacchi a spillo per spiegare che, sì, Giuseppe Vittoria era proprio lei.

È il nome con cui è registrata all’anagrafe: Agnese, 24 anni, è «transgender». Nata in un corpo maschile, ha deciso di diventare la donna che «fin dall’infanzia» si è sempre «sentita di essere». E così, a maggio, sostenuta dai Radicali catanesi, ha chiesto al suo ateneo di poter usare un alias nel percorso di studi. A ottobre il via libera: una sorta di doppio libretto informatico.
Da una parte c’è quello «legale», con il suo nome anagrafico, visibile solo alla segreteria; dall’altra quello «pubblico», da mostrare a professori e compagni, che riporta invece il nome d’adozione corrispondente all’aspetto fisico. «Per me è fondamentale — dice Agnese—. Prima, ogni volta che avevo un test dovevo affrontare sguardi inquisitori, risatine, umiliazioni. Ora è tutto più facile».

Negli Stati Uniti sono circa un centinaio le università che permettono agli iscritti di scegliere un nome più adatto al loro nuovo genere. Ed è di pochi giorni fa la notizia che l’università del Vermont ha anche riconosciuto a una sua matricola l’uso del pronome «they», cioè «loro», al posto di «lei» o «lui»: Rocko Gieselman, 21 anni, si definisce «genderqueer» («trasversale ai generi») e rivendica di appartenere a un terzo genere «neutrale».

In Italia non si arriva a tanto, ma sempre più atenei escogitano soluzioni per gli iscritti «in transizione»: oltre a Catania, Torino, Milano, Padova, Verona, Bologna, Bari, Napoli e Urbino. «C’è una sorta di competizione per attirare questi studenti, che sono sì un’esigua minoranza, ma spesso giovani in età dello studio — dice Tiziana Vettor, presidente del Comitato unico di garanzia (l’ex Pari opportunità) della Bicocca di Milano —. Da noi si parla di circa venti su oltre trentamila immatricolati». La Bicocca, come la Statale di Milano, invece che un alias ha previsto il nome puntato sul libretto.

«I diretti interessati, però, si sono lamentati: tutti gli altri hanno il nome di battesimo e finisce che sono ancora riconoscibili — aggiunge Roberta Dameno, docente del Centro interdipartimentale per gli studi di genere —: i professori che non sono al corrente dell’iniziativa chiedono perché, creando imbarazzo proprio prima dell’esame. Adesso stiamo valutando anche noi il doppio libretto: vogliamo venire incontro alle esigenze e ai diritti di tutti», conclude.

«Non è una misura astratta: tocca davvero la vita delle persone. Serve tantissimo», dice Christian Ballarin, 37 anni, torinese, uno dei leader del movimento transessuale italiano. Torino, grazie al lavoro congiunto della consigliera di parità e dell’allora comitato universitario per le pari opportunità, è stata la prima università italiana a introdurre il doppio libretto, nel 2003, su richiesta del circolo Maurice di cui Bellarin è presidente: «Noi abbiamo portato un bisogno, ma sono stati loro a lavorare per trovare la soluzione legale», assicura.

È per questa apertura della città, che ospita uno dei più importanti centri italiani per la cura delle persone trans, che Riccardo (nome di fantasia), 22 anni, si è trasferito qui da un’altra regione. «Lì non avrei mai potuto studiare: la gente mi strattonava per strada per chiedermi se ero maschio o femmina — dice —. E avrei incontrato di nuovo i compagni che mi tormentavano alla superiori».

Ormai grazie alla terapia ormonale sfoggia barba e forme maschili, ma anche a Torino non tutto è filato liscio: «All’inizio mi avevano dato il libretto con il nome nuovo, ma continuavano a lasciare quello femminile nella mail che serviva per le iscrizioni ai corsi. Io non lo sopporto: entravo in ansia e non la usavo mai. C’è voluto un po’ per risolverla». Intanto Riccardo ha finito le procedure per il cambio di sesso e ad aprile spera di ottenere i documenti che lo renderanno anche legalmente un uomo. «Mai mi sarei laureato senza avere il nome nuovo — spiega —. Non sarei neanche riuscito a sostenere la tesi».

Elena Tebano 14 febbraio 2015 – La ventisettesima ora Corriere della Sera.it

Gruppo di lettura: Desiderio Omosessuale, Guy Hocquenghem

HocquenghemIl Centro di Documentazione del Maurice presenta:

Un gruppo di lettura e una lettura di gruppo. Libri corsari, che ci parleranno di autodeterminazione, ma anche indeterminazione. Ecco il primo gruppo di lettura di disorientamento sessuale!
Per iniziare a disorientarci cosa c’è di meglio che il desiderio? E così leggeremo “Il desiderio omosessuale”, di Guy Hocquenghem (1972), uno dei libri fondativi della critica omosessuale e considerato precursore del queer.

5 incontri per un gruppo composto da 5 a 15 persone, di età compresa tra i 15 e i 105 anni, di qualsivoglia genere e dis/orientamento sessuale.
La domenica, alle 5 del pomeriggio, presso il Maurice GLBTQ, in via Stampatori 10, gratis.

CALENDARIO
1 febbraio: una introduzione sul libro e sul metodo.
Negli incontri successivi del gruppo di lettura: considerazioni frivole e serie sul capitolo letto durante le due settimane. Lettura di gruppo: qualcun/a presenta il capitolo a tutte e ne legge le parti più disorientanti.

Sempre alla domenica alle cinque, ecco quando affronteremo “Il desiderio omosessuale”:
8 febbraio – cap. 1 La paranoia antiomosessuale
22 febbraio – cap. 2 Svergognati, perversi, pazzi
1 marzo – cap. 3 Famiglia, capitalismo, ano
15 marzo – cap. 4 <<Scelta oggettuale>> e <<comportamento omosessuale>>
29 marzo – cap. 5 La lotta omosessuale e Conclusione

Accorrete, noi abbiamo già perso la bussola!

Nota Bene: il materiale di lettura sarà distribuito dopo il primo incontro.

 

Laboratorio teatrale: Queer o non queer, questione di riflessi

QUEER O NON QUEER… QUESTIONI DI RIFLESSI..
Vi propongo un laboratorio teatrale dove, ludicamente e seriamente, l’attraversare uno spazio scenico conduca ad attraversare il proprio corpo in modi inattesi, o da lungo tempo attesi.
Affidandoci a tecniche teatrali e performative ci avvicineremo fisicamente a Questioni su cui solitamente ci scervelliamo intellettualmente!!
Chi sono? Da dove vengo? Perchè proprio io? Chi mi ha mangiato la merenda?!??
Possiamo pensare al teatro come a un luogo della possibilità di essere? Possiamo usare la forza comunicativa della maschera per essere atto comunicativo? Cosa vogliamo urlare? Vogliamo urlare?
O forse balbettare? O cantare?
Marta, che sarei io, ha radici nel teatro fisico e nella comicità clownesca poi si affaccia ad altri percorsi, in particolare alla performatività drag, prosegue, s’inciampa, s’illumina e propone un laboratorio …
…aperto a tutt* in cui dal lavoro fisico possa emergere, a mo di companatico, una riflessione su corpi e generi variamenti intesi.
IL GIOVEDÌ DALLE 20:30 ALLE 22:30
MAURICE GLBTQ,
VIA STAMPATORI 10, TORINO
Da 120 a 160 euro per venti lezioni, a seconda del numero di iscritti/e, parte del contributo andrà a finanziare il Maurice.
La data di inizio corso e il conseguente numero di lezioni verrà definito insieme ai/alle partecipanti.
PER INFO e PRENOTAZIONI: martatrive@yahoo.it tel 3202160522