La posta in gioco dietro le Sentinelle

gender manifesto

In vista del secondo Sinodo sulla Famiglia dell’ottobre 2015 cresce la mobilitazione degli ambienti cattolici più conservatori e insieme il nostro desiderio di decodificare quanto si muove dietro le quinte della sua rappresentazione. La parte più appariscente, quella delle Sentinelle in piedi che si radunano nelle piazze centrali delle città è la meno interessante, anche se è quella che invece si presta benissimo a intercettare l’attenzione e le proteste e anzi pare fatta apposta per quella funzione.
Più interessante è occuparsi di quanto accade nelle periferie e nelle province dove la propaganda integralista veicola in mille rivoli differenti le sue panzane terroristiche.

E’ anche utile provare a intercettare quel che si muove all’interno del mondo ultrà cattolico.
Tra le iniziative degli ultimi mesi, la Supplica filiale, una petizione on line, in cui si chiede al Papa di fugare “il generalizzato disorientamento causato dall’eventualità che in seno alla Chiesa si apra una breccia tale da permettere l’adulterio e perfino una virtuale accettazione delle unioni omosessuali. Tutte pratiche, queste, condannate categoricamente dalla Chiesa come opposte alla legge divina e naturale”.
Tra i primi firmatari, decine di teste coronate dagli altisonanti quanto risibili titoli come l’Imperial Casa del Brasile Braganza e Orléans e l’Arciduchessa d’Asburgo, personaggi quali il nostrano immarcescibile Carlo Casini, un tot di cardinali conservatori e decine di migliaia di sconosciuti ai più. La Supplica, chiedendo chiarezza, di fatto accusa di ambiguità e di elusività il primo sinodo sulla famiglia e le posizioni ufficiali di Bergoglio.

Contemporaneamente l’associazione che dà vita alla Supplica (che pare abbia superato le 400 mila firme, pochino a livello mondiale…) lancia anche un altro pezzo propedeutico al dibattito pre sinodale, il vademecum Opzione preferenziale per la famiglia, 100 domande e 100 risposte intorno ai temi della sessualità, divorzio, omosessualità, la comunione ai divorziati risposati e molte altre, tradotto in 7 lingue, di cui sono autori alcuni prelati ultrà. E le risposte rimandano “all’immutata dottrina della Chiesa cattolica su queste materie”, contro ogni tentazione riformatrice.

L’armamentario dei cattolici bigotti in Italia può anche contare sulle voci di due imprese giornalistiche, La Croce e La Nuova Bussola Quotidiana. Il primo, dalla grafica splatter grondante sangue, non ha superato la prova dell’uscita cartacea, chiudendo dopo pochi mesi.
Ma è forse dalla lettura degli ultimi editoriali de La Nuova Bussola quotidiana che si coglie lo scontro in atto: il 3 agosto Roberto Marchesini in Chiesa e Gender, prove di compromesso, attacca frontalmente l’editoriale apparso pochi giorni prima su Avvenire Non solo ideologia. Riapproppriamoci del genere, in cui la sociologa Chiara Giaccardi, propone un’analisi del dibattito culturale e giuridico oltre la polarizzazione tra le fazioni opposte – no gender-pro gender (sic!).
“Dire che semplicemente uomini e donne si nasce, o che semplicemente lo si diventa, è contrapporre due verità che invece stanno insieme: uomini e donne si nasce e si diventa. E in questo processo, che dura tutta la vita, contano tanti aspetti: la storia, la cultura, la religione, l’educazione, i modelli, le vicende personali, l’essere situati in un tempo, uno spazio, un corpo” Giaccardi invita i cattolici a «riappropriarsi del genere» nella convinzione che “un’antropologia cristiana abbia, oggi, da portare un contributo positivo preziosissimo alla doverosa riflessione sul ‘gender’”.
Marchesini si scatena brandendo Aristotele, San Tommaso per fare dotte speculazioni sulla teleologia fino a passaggi sgangherati come questo: “L’ideologia di genere non è nata, come sostiene la professoressa Giaccardi, per «denunciare e contrastare posizioni teoriche astratte e pratiche consolidate, basate sulla disuguaglianza» (a questo, da più di duemila anni, ci pensa il cristianesimo); l’ideologia di genere è nata per giustificare il senso di inadeguatezza rispetto ai ruoli sessuali di alcune intellettuali lesbiche” (sic!). Tutto l’articolo è un attacco alla presunta apertura del quotidiano dei vescovi italiani alla cosiddetta Teoria del gender.

E ancora un ultimo esempio tratto da La Croce, dove la calura agostana infuoca l’Armageddon nella mente di Adinolfi: questa, proprio questa sarebbe l’estate in cui ”si stanno combattendo due visioni antropologiche contrapposte: c’è chi vede l’essere umano come persona in relazione e come tale sacro e intangibile; c’è chi sta lavorando per trasformare le persone in cose, reificando l’essere umano e rendendolo mera merce”. Tutti i mali infernali, che traggono origine “dalla desessualizzazione della genitorialità, si abbattono in questa strana e pericolosa estate come un’onda anomala sulla vita di tutti noi”.
Ancora e sempre l’ossessione delle unioni tra persone dello stesso sesso, della messa in discussione della “famiglia naturale”

Questa rapida carrellata su pezzi della macchina di propaganda messa in moto dagli integralisti ultrà cattolici fa sorgere inquietudini, interrogativi e ipotesi.

Inquietudini. La propaganda sembra mettere a disposizione parole e immaginari prêt-à-porter facilmente acchiappabili da soggetti in cerca di ancoraggi politici e culturali, che troverebbero in queste costruzioni la tranquillizzante retorica dello scontro tra bene e male, la possibilità di identificare dei nemici e ricevere in cambio riconoscimento e identità.
E’ inquietante assistere a un dispiegamento di immaginari volti a inculcare certezze bellicose, fantasie di purezza di sè da contrapporre alla corruzione, al peccato, alla malattia, alla colpa dell’Altro.

Interrogativi e ipotesi. Forse è un limite degli strumenti in nostro possesso, ma non riusciamo a intercettare altrettanta effervescenza di iniziativa nel campo cattolico progressista. Certo c’è la questione dei finanziamenti su cui possono contare gli integralisti, ma sembra un argomento insoddisfacente.

Quali sono le ragioni di questo dispiegamento propagandistico?
Qual è la posta in gioco? L’ossessione contro le unioni tra persone dello stesso sesso, il rifiuto dell’equipararle alla famiglia, la sola fondata sull’unione tra uomo e donna, si spiega bene come (disperata) difesa, senza mai nominarlo, del diritto naturale, contrapposto al diritto come patto.
Questo fu il cavallo di battaglia di Papa Wojtyla, che di formazione era appunto teologo morale specializzato in teologia della famiglia.
Se crolla l’idea della famiglia naturale non crolla forse tutto il castello del diritto naturale?
Si dovrebbe allora fare i conti con il diritto come patto, restituendo tutto alla dialettica sociale, con quello che ne consegue. Quanti, schierati contro la cosiddetta teoria del gender sarebbero disposti ad accogliere coerentemente tutto il pacchetto del diritto naturale?

Dietro la partita della lotta contro il gender, e dunque delle unioni civili e più ancora del matrimonio egualitario si gioca il pezzo da novanta dell’egemonia cattolica, con le sue ricadute nei campi dell’educazione e della formazione.
Le strategie in atto sono molteplici e meritano la massima attenzione.
In tal senso il siparietto delle Sentinelle, il gender e tutte le panzane intorno appaiono sempre più come armi di distrazione di massa, o sabbia negli occhi, se si preferisce.

Roberta Padovano

Doppio libretto agli studenti trans. Così cambiano le università

Quando Agnese Vittoria ha superato l’esame di francese all’università di Catania a farla felice non sono stati i tre crediti ottenuti, ma l’attestato che le hanno consegnato: sopra c’era stampato il suo nome al femminile e il titolo «studentessa». Non sembrerebbe niente di straordinario. Ma solo a luglio scorso, all’appello per l’esame di etica della comunicazione, il professore aveva chiamato Giuseppe Vittoria. E lei si era dovuta alzare sui tacchi a spillo per spiegare che, sì, Giuseppe Vittoria era proprio lei.

È il nome con cui è registrata all’anagrafe: Agnese, 24 anni, è «transgender». Nata in un corpo maschile, ha deciso di diventare la donna che «fin dall’infanzia» si è sempre «sentita di essere». E così, a maggio, sostenuta dai Radicali catanesi, ha chiesto al suo ateneo di poter usare un alias nel percorso di studi. A ottobre il via libera: una sorta di doppio libretto informatico.
Da una parte c’è quello «legale», con il suo nome anagrafico, visibile solo alla segreteria; dall’altra quello «pubblico», da mostrare a professori e compagni, che riporta invece il nome d’adozione corrispondente all’aspetto fisico. «Per me è fondamentale — dice Agnese—. Prima, ogni volta che avevo un test dovevo affrontare sguardi inquisitori, risatine, umiliazioni. Ora è tutto più facile».

Negli Stati Uniti sono circa un centinaio le università che permettono agli iscritti di scegliere un nome più adatto al loro nuovo genere. Ed è di pochi giorni fa la notizia che l’università del Vermont ha anche riconosciuto a una sua matricola l’uso del pronome «they», cioè «loro», al posto di «lei» o «lui»: Rocko Gieselman, 21 anni, si definisce «genderqueer» («trasversale ai generi») e rivendica di appartenere a un terzo genere «neutrale».

In Italia non si arriva a tanto, ma sempre più atenei escogitano soluzioni per gli iscritti «in transizione»: oltre a Catania, Torino, Milano, Padova, Verona, Bologna, Bari, Napoli e Urbino. «C’è una sorta di competizione per attirare questi studenti, che sono sì un’esigua minoranza, ma spesso giovani in età dello studio — dice Tiziana Vettor, presidente del Comitato unico di garanzia (l’ex Pari opportunità) della Bicocca di Milano —. Da noi si parla di circa venti su oltre trentamila immatricolati». La Bicocca, come la Statale di Milano, invece che un alias ha previsto il nome puntato sul libretto.

«I diretti interessati, però, si sono lamentati: tutti gli altri hanno il nome di battesimo e finisce che sono ancora riconoscibili — aggiunge Roberta Dameno, docente del Centro interdipartimentale per gli studi di genere —: i professori che non sono al corrente dell’iniziativa chiedono perché, creando imbarazzo proprio prima dell’esame. Adesso stiamo valutando anche noi il doppio libretto: vogliamo venire incontro alle esigenze e ai diritti di tutti», conclude.

«Non è una misura astratta: tocca davvero la vita delle persone. Serve tantissimo», dice Christian Ballarin, 37 anni, torinese, uno dei leader del movimento transessuale italiano. Torino, grazie al lavoro congiunto della consigliera di parità e dell’allora comitato universitario per le pari opportunità, è stata la prima università italiana a introdurre il doppio libretto, nel 2003, su richiesta del circolo Maurice di cui Bellarin è presidente: «Noi abbiamo portato un bisogno, ma sono stati loro a lavorare per trovare la soluzione legale», assicura.

È per questa apertura della città, che ospita uno dei più importanti centri italiani per la cura delle persone trans, che Riccardo (nome di fantasia), 22 anni, si è trasferito qui da un’altra regione. «Lì non avrei mai potuto studiare: la gente mi strattonava per strada per chiedermi se ero maschio o femmina — dice —. E avrei incontrato di nuovo i compagni che mi tormentavano alla superiori».

Ormai grazie alla terapia ormonale sfoggia barba e forme maschili, ma anche a Torino non tutto è filato liscio: «All’inizio mi avevano dato il libretto con il nome nuovo, ma continuavano a lasciare quello femminile nella mail che serviva per le iscrizioni ai corsi. Io non lo sopporto: entravo in ansia e non la usavo mai. C’è voluto un po’ per risolverla». Intanto Riccardo ha finito le procedure per il cambio di sesso e ad aprile spera di ottenere i documenti che lo renderanno anche legalmente un uomo. «Mai mi sarei laureato senza avere il nome nuovo — spiega —. Non sarei neanche riuscito a sostenere la tesi».

Elena Tebano 14 febbraio 2015 – La ventisettesima ora Corriere della Sera.it

Petizione STOP ALL’OMOFOBIA A SCUOLA

stop omofobia scuola

“Le scuole devono essere luoghi sicuri, devono combattere gli atteggiamenti discriminatori, creare comunità accoglienti, costruire una società inclusiva e permettere l’Educazione per Tutti.” (UNESCO 1994).

La scuola pubblica, così come è stata delineata dalla nostra Costituzione, rappresenta il luogo privilegiato in cui riconoscere il diritto di tutti ad essere sostenuti nel cammino verso “il pieno sviluppo della persona umana”, attraverso la rimozione degli “ostacoli di ordine economico e sociale”, che limitano di fatto “la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”.

Purtroppo in Italia per molti ragazzi e molte ragazze gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, ma anche per le persone a loro vicino come figli, parenti e amici, la scuola può rappresentare il luogo in cui essere esposti all’insulto, alla derisione, all’isolamento, al bullismo; con gravi conseguenze, anche irreversibili, sul piano educativo ed esistenziale (sono oltre 100.000 le vittime di bullismo omofobico per anno scolastico in Italia).

Da anni le Associazioni proponenti sono impegnate per prevenire e contrastare questi fenomeni, purtroppo in questi ultimi tempi sembra essersi acceso un fuoco incrociato su chi sta cercando di costruire un clima sociale di rispetto per la dignità delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali. Queste campagne delegittimano e colpiscono giovani e adolescenti.

Di fronte a questa grave situazione chiediamo di aderire al nostro appello affinché la scuola pubblica e laica, nata dalla nostra Costituzione, sia una scuola inclusiva e aperta.

Chiediamo al Presidente del Consiglio e al Governo che sia rafforzata e data piena attuazione alla “STRATEGIA NAZIONALE per la prevenzione e il contrasto delle discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere (2013 -2015)”, anche nella prospettiva del triennio 2016-2018; chiediamo infine che alla scuola sia data la possibilità di essere nel suo compito educativo uno spazio di elaborazione culturale e sociale che risponda alle esigenze di cambiamento e che contribuisca a quella uguaglianza sostanziale tra tutti i cittadini, di cui il nostro Paese ha tanto bisogno.

Le Associazioni proponenti: A.GE.D.O., ARCIGAY, ARCILESBICA, ASSOCIAZIONE RADICALE CERTI DIRITTI, EQUALITY ITALIA, FAMIGLIE ARCOBALENO, GAY CENTER

(Il testo completo della petizione, con le adesioni lo puoi trovare alla pagina FACEBOOK: STOP OMOFOBIA A SCUOLA e sui siti delle Associazioni).

In queste ultime settimane sono state molte le firme raccolte, anche di personalità importanti del mondo della cultura, dell’università, della scuola e della società, tra le tante eccone alcune, non volendo ovviamente far torto a nessuno:

Gustavo Zagrebelsky Professore ordinario di diritto costituzionale Università di Torino, già Presidente della Corte Costituzionale, Laura Balbo Sociologa, Clotilde Pontecorvo Professore Emerito di Psicologia dell’Educazione dell’Università di Roma, Oliviero Toscani Fotografo e pubblicitario, Francesco Remotti Professore Ordinario in Discipline demoetnoantropologiche dell’Università di Torino, Chiara Saraceno Sociologa, Andrea Occhipinti Presidente Lucky Red, Luigi De Magistris Sindaco di Napoli, Vittorio Lingiardi Psichiatra e psicoanalista, Professore ordinario di Psicologia dinamica La Sapienza Università di Roma,  Gian Vittorio Caprara Professore Ordinario di Psicologia della Personalità Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Vladimir Luxuria, Gianni Montesarchio Professore Ordinario Psicologia Dinamica Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, Nicla Vassallo Professore ordinario di Filosofia Teoretica dell’Università degli studi di Genova, Francesca Vecchioni, Domenico Pasquariello Magistrato, Margherita Graglia psicologa-psicoterapeuta e sessuologa,  Alessandro Cecchi Paone Giornalista, Ilda Curti Assessora Politiche Giovanili, Pari Opportunità, Politiche per l’Integrazione del Comune di Torino, Alessandra Cattoi Assessora al Patrimonio, Politiche Europee, Comunicazione e Pari Opportunità di Roma Capitale, Peppe  Dell’Acqua Psichiatra, Margherita Graglia Psicologa-psicoterapeuta e sessuologa, Delia Vaccarello Giornalista e scrittrice, Francesca Vecchioni.

Chi ha paura di educare alle differenze?

scosse-anikka

Lettera inviata al Corriere della Sera il 01/03/2015

Il 26 febbraio 2015, il Corriere ha dedicato un’intera pagina di pubblicità contro una fantomatica “ideologia gender” diffusa nelle scuole, che sponsorizzava una petizione contraria alle strategie dell’Ufficio del Governo Italiano per la promozione della parità di trattamento e la rimozione delle discriminazioni fondate sulla razza o sull’origine etnica (UNAR) e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), in merito alle politiche di pari opportunità e uguaglianza – si legge sul sito citato nello spot.

La petizione – promossa da ProVita Onlus, l’Associazione Italiana Genitori (AGe), l’Associazioni Genitori delle Scuole Cattoliche (AGeSC), il Movimento per la Vita e Giuristi per la Vita – sostiene un modello unico di famiglia al quale tutti devono aspirare, mistifica le pratiche di educazione e di inclusione alle differenze in atto in molte scuole italiane, trasmette contenuti ingannatori per instillare preoccupazioni inutili nei genitori e così facendo consolida quegli stereotipi che troppo spesso sono causa di bullismo, emarginazione, violenza e omotransfobia nelle nostre scuole.

Siamo una rete di oltre 200 organizzazioni che in tutto il Paese lavorano ogni giorno per promuovere il rispetto reciproco e difendere il ruolo della scuola pubblica, costruttrice di cittadinanza democratica, agenzia di promozione dei valori costituzionali e di una cultura laica, democratica e plurale.

A differenza dei promotori dell’inserzione, non vogliamo proporre un modello ideologicamente determinato di famiglia o di amore né svilire il corpo docente o attaccare l’autonomia scolastica, ma solo favorire uno scambio aperto per decostruire pregiudizi che producono stigmi e tolgono libertà alle nuove generazioni, alimentando dinamiche di esclusione e violenza.

Ci chiediamo se un’inserzione a pagamento legittimi contenuti discriminatori e falsificatori di ciò che realmente viene insegnato nelle scuole e proponiamo al Direttore e alla Redazione del Corriere di promuovere una approfondita inchiesta su un argomento così importante per la vita di ragazzi e ragazze, delle loro famiglie e della società tutta.

La rete informale di “Educare alle differenze”*

Si possono consultare i documenti della rete su S.CO.S.S.E. (Soluzioni COmunicative Studi Servizi Editoriali)

*nell’articolo originale l’elenco di tutte le realtà che compongono “Educare alle differenze”

Riflessione semi-seria sul tesserino regionale che rispetta le persone transgender.

Alcuni anni di attivismo ci hanno aiutato a capire che non sono le vittorie più eclatanti, quelle che escono sui giornali, che rendono famosi alcuni a discapito di altri, a essere veramente importanti. Ogni giorno, ogni settimana, incontro dopo incontro, mail dopo mail, si fanno dei piccoli passi in avanti. Certo non potremmo chiamarle rivoluzioni, forse non ci danno lo stesso senso di sazietà, però sono importanti, perchè segnano la nostra vita ogni giorno.

Così l’ennesimo semino che abbiamo messo a dimora, questa volta in consiglio regionale, con l’aiuto di tanti e tante, col tempo darà i suoi frutti. Quando arriverà una persona trans per lavorare alla Regione Piemonte (e qui a miracolo si aggiunge il miracolo di un posto di lavoro!) saprà che potrà vivere la propria identità come meglio crede.
Saprà che nessuno le/gli chiederà di guardare nelle mutande per decidere in che bagno ha diritto di andare, che nome usare, quali abiti sarà più indicato che metta, quale nome utilzzare sul proprio badge.
Con buona pace di chi addita il gender come la fine del mondo così come lo conosciamo (magari!), il cambiamento è già intorno a noi. Noi siamo i testimoni di questo, con le nostre vite, le nostre famiglie diversamente abili, i nostri corpi mutanti, le nostre lotte.  E accade qualche volta, anche in questo paese, che le istituzioni abbiano il coraggio di superare le ideologie e guardare al benessere della persona.  E se, per alcuni, il nostro benessere è il loro malessere, be’, pazienza, ce ne faremo una ragione.
Questo mostro chiamato “gender” (che poi è indicativo come si usi un termine inglese, come Terminator, mica lo potevano chiamare Terminatore!), questo mostro che si aggira per l’Europa seminando il terrore fra la brava gente è veramente così potente e temibile, se agita tutte queste sentinelle ritte come dei suricati nel deserto, se scombina come una folata le sottane dei cardinali, fino ad arrivare al più buono e dolce degli esseri umani… Se perfino Francisco, che porta il nome della città più gaia del mondo, si arrabbia abbiamo capito che col gender non si scherza.

Ora, molto seriamente la/il trans che domani andrà a lavorare in Regione Piemonte col suo badge o il tesserino appuntato col nome “Francesca”, si girerà verso la sua collega-suricato e dirà “gender, chi?”

Christian Ballarin

Com. stampa: Ma quale dittatura del gender?

Non ci stupisce la presa di posizione di Monsignor Nosiglia sulle ormai famose schede del Comune di Torino per educare alla diversità a scuola.

Quello che un po’ ci interroga è la tempestività di questo e di altri interventi. Sono anni che il Maurice, cosi come il Coordinamento Torino Pride e altre associazioni, entrano nelle scuole di ogni grado per spiegare cos’è la diversità e come non discriminare chi è diverso, ma solo ora, a circa due mesi dalle elezioni, tutte queste forze reazionarie si svegliano per difendere posizioni che ormai sono appannaggio dei paesi più retrogradi ed integralisti.

Un altro campanello ci suona quando leggiamo che il problema maggiore sta nel fatto che le schede riportino passi biblici, peraltro seguendo traduzioni precise ed accreditate.

Ma davvero Monsignor Nosiglia crede che il messaggio espresso nel testo biblico sia così debole da non poter sostenere la lettura e le semplici domande che possono porre un insegnante, un genitore, un ragazzo o una ragazza che vivono del mondo di oggi? Esistono testi la cui interpretazione debba essere monopolio di un clero?

Oppure, come crediamo, a scuola in Italia si possono leggere la Bibbia, il Corano e altri testi sacri con i propri insegnanti, senza il controllo di una autorità religiosa?

Le sentinelle in piedi di tutti gli schieramenti, da Giampiero Leo del NCD al presidente del Consiglio Comunale di Torino Giovanni Maria Ferraris dei Moderati, così pronte a vigilare sulla libertà di espressione, sapranno vigilare anche sulla libertà di insegnamento e sulla libertà di lettura dei testi religiosi?

La dittatura del gender, di cui tanto parlano, non esiste, ahinoi! Esiste la cultura della diversità, l’educazione al pensiero critico e il rispetto per la laicità delle istituzioni.

Verona, 21 settembre 2013

Se pensate di aver sentito tutto in vita vostra…forse dovevate venire a Verona.
Il convegno organizzato da Famiglia Domani e Medv-Movimento Europeo Difesa Vita ha toccato punte di indecenza inenarrabili. Qualcuno (e scusate se non ricordo il nome degli eminenti relatori) ha enunciato che quella del gender è una favola come Gli abiti dell’imperatore e che chi vuole cambiare genere crede alla magia. Tranne poi affermare la verità della transustanziazione (che io sapevo essere un atto di fede)… perciò il pane può diventare corpo di Cristo ma io non posso cambiare sesso. Boh!
Ma questo è niente confrontato alla negazione dell’Evoluzionismo, al fatto che la differenza del cervello tra uomo e donna si evince da dove si lasciano i calzini, alla dichiarazione che i sessi sono 2 e gli intersex sono patologie dell’uno o dell’altro, alla violenza di chi ha dichiarato che è peggio il matrimonio gay di un barcone affondato a Lampedusa…
Ho sentito cose che voi umani non potreste immaginare….
E lo scandalo è che le istituzioni hanno avvallato una simile esposizione di menzogne trincerandosi dietro la scusa che in democrazia tutti devono avere parola. E no, belli, non tutti possono parlare! Chi fomenta l’odio, il disprezzo, l’ingiustizia, la discriminazione non ha diritto di parola, perché le idee che generano odio non sono sterili, si portano dietro atti e conseguenze per le vite di ciascuno.
La cosa che mi consola è aver sentito il livello di quegli interventi, la impreparazione sul tema del gender e la sconcertante ignoranza di chi si è fermato al Medioevo e ragiona per sillogismi. Con questa gente non ci può essere dialogo, anche perché si erano segnati tutti i nomi di chi non faceva parte della loro cerchia e, invece di farci entrare in un auditorium da 1000 posti, ci hanno messi nel loggione di fronte a un maxi schermo con cui non si poteva dialogare… e protestare.
Un’ altra cosa che mi ha consolato è stata che fuori da quelle mura c’era un sacco di gente indignata. Persone, sopratutto giovani, che testimoniavano che , nonostante gli integralismi, il mondo sta andando in un altra direzione. Ed è questo che fa loro cosi tanta paura. Voi non potete fermare il vento, gli fate perdere solo del tempo.
L’ondata frocia non si ferma e investirà anche questo paese, è solo questione di tempo. E noi vinceremo anche per il modo favoloso con cui conduciamo questa battaglia (anche se sarebbe una gran cosa cominciare a diminuire il numero di canzoni della Carrà alle manifestazioni…).
Un’altra grande soddisfazione è stata tornare a casa, col mio fidanzato e fargli un bel pompino, alla faccia di quegli ammuffiti/e professorini/e che in bocca prendono solo l’ostia (come no!) e immaginarli atterriti per non avere modo d’impedirlo.  Anche se condivido appieno la posizione di Foucault: noi spaventiamo per la società che stiamo creando non per le pratiche sessuali che facciamo. .. (quando riusciamo a farle!).