INTERVISTA A MARCELLA DI FOLCO SUL ROMA PRIDE
IL MANIFESTO
POLITICA & SOCIETÀ
02.07.2010
* INTERVISTA | di Eleonora Martini - ROMA
MARCELLA DI FOLCO
Il movimento trans: «Corteo perbenista, non ci rappresenta»
Marcella di Folco, presidente del Mit, lo storico Movimento d'identità transessuale, perché non parteciperete al Roma Pride di sabato prossimo?
Soprattutto per un problema di metodo. È la prima volta che gli organizzatori riducono volutamente il Roma Pride a una dimensione cittadina. E il modo di gestire le assemblee organizzative è stato a dir poco incomprensibile, non era mai successo prima: il Pride non può nascere con il blitz e l'inganno.
Perché sarebbe successo, qual sarebbe lo scopo?
E chi lo sa, forse c'è l'intenzione di assumere un ruolo organizzativo e togliere l'organizzazione dell'Europride del prossimo anno al Mario Mieli, l'associazione scelta dall'Epoa per organizzarlo.
Ma è mai possibile che in un'Italia che è il fanalino di coda europeo per i diritti civili, con l'omofobia e la transfobia galoppante, voi vi mettete a litigare?
Beh, quando a rappresentare il movimento trans nell'organizzazione di Roma c'è una dirigente di GayLib che odia le trans che si prostituiscono, io non posso che tirarmi fuori. Noi, che da sempre tuteliamo i diritti delle persone transessuali, travestiti e transgender, non possiamo accettare questi stereotipi e discriminazioni. I diritti sono diritti, non una ricompensa perché si aderisce al moralismo dominante. Non si elargiscono solo a chi ci piace.
A cominciare dallo spot pubblicitario, sembra che gli organizzatori vogliano tentare di mostrare la faccia «pulita» del Pride, quello del gay alla «Amici». È una strategia?
Sì, scelgono un'impronta illiberale adattandosi al pensiero conformista pur di ottenere condizioni di favore da parte del sindaco Alemanno, la cui liberalità peraltro è costruita e assai poco sentita. Ma noi non abbiamo mai scodinsolato nemmeno con Rutelli, figuriamoci con Alemanno. Il Pride visto con una forma di perbenismo, di moralismo ipocrita che abbiamo sempre combattuto per anni, e adesso ce lo vediamo piovere addosso. Accettare certi stereotipi, assecondare chi dice «diritti sì, ma che si bacino a casa loro», significa condannare le persone che si mostrano come vogliono in pubblico ad essere considerati dei provocatori. Da picchiare se sono gay, da uccidere se sono trans.
Ma fare l'occhiolino alla destra non è l'unico modo per ottenere qualcosa in questo Paese, come ha spiegato al manifesto qualche giorno fa Paola Concia?
Il discorso di Paola mi sembra fondato perché è una strategia politica finalizzata a far passare leggi importanti. Qui, invece, il discorso è completamente diverso: si vuole modificare il modo di vivere delle persone, far passare gay lesbiche e trans per martiri, vittimizzarle, solo per assecondare il sindaco e ottenere così da lui autorizzazioni e soldi per progetti vari. Questo baratto non ci interessa, barattare un voto in Parlamento è un'altra cosa: significa fare politica, è successo anche per la legge 194. Per raccogliere i soldi da terra bisogna pur chinarsi.
Ma lei in Italia la vede una destra liberale, pronta ad entrare nel XXI secolo?
Io non posso dimenticare che 5 o 6 anni fa gli stessi che oggi predicano aperture ci volevano bruciare sul rogo. Se penso che fine ha fatto in Parlamento la legge sulla transfobia e sull'omofobia... finita in un'eccezione di incostituzionalità. Contano i fatti, non le chiacchiere: la loro escalation liberale devono farla vedere quando si vota. Invece, io vedo solo una destra clericale e bacchettona, che purtroppo a volte non è da sola a cavalcare un moralismo becero e vergognoso. Insopportabile.




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