Merkel spiazza: nozze gay subito

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Germania. Sul finale della legislatura, il matrimonio egualitario diventa legge anche a Berlino. Cambio di rotta della cancelliera tedesca come contromossa a Martin Schulz
di Jacopo Rosatelli, edizione del 29.06.2017 de Il Manifesto

Finale di legislatura con sorpresa: il matrimonio egualitario diventa legge anche in Germania. Uno straordinario risultato che si deve ai decenni di lotte del forte movimento lgbt tedesco, ma anche a un’accelerazione politica figlia delle strategie elettorali di leader e partiti in vista delle urne del prossimo 24 settembre.

A fare la prima mossa era stato il numero uno della Spd Martin Schulz nel congresso dello scorso fine settimana: «Non firmerò nessun accordo di governo che non preveda il matrimonio per tutti». Finalmente un argomento che divide chiaramente socialdemocratici e democristiani, finalmente un tema che può mettere in difficoltà la cancelliera conservatrice di fronte a una società aperta e tollerante: così pensavano Schulz e i suoi. Macché.

Tempo un giorno e Angela Merkel compie una delle sue spregiudicate svolte che le valgono il nomignolo Merkiavelli: ad un dibattito pubblico organizzato dalla rivista femminile Brigitte dà un sostanziale via libera al matrimonio fra persone omosessuali, riconoscendo che si tratta di «una questione di coscienza personale». Non c’è più nessun veto da parte sua.

Un cambio di rotta che ha lasciato di stucco i suoi stessi colleghi di partito, divisi fra una maggioranza contraria e una minoranza che, sul modello dei Tories britannici, ormai da tempo vuole riconoscere anche a gay e lesbiche il diritto di sposarsi. Tornata forte e con il vento in poppa dei sondaggi, Merkel non ha ritenuto di dover interpellare nessuno, fidandosi del fiuto politico che non le manca. Capendo che quella del matrimonio egualitario poteva davvero diventare un’arma pericolosa nelle mani di Schulz, ha pensato bene di lasciarla senza munizioni.

Esattamente come fece con il nucleare o con il salario minimo, la leader democristiana è pronta a sacrificare qualunque posizione pur di centrare l’obiettivo della «smobilitazione asimmetrica» degli avversari: la sua stella polare è non suscitare reazioni di rifiuto che convincano l’elettorato progressista a votare in massa contro di lei. A costo di suscitare mugugni nelle proprie file (e nella Chiesa cattolica), l’importante è non farsi odiare dagli altri.

Spiazzati dalla mossa della cancelliera di lunedì sera, i socialdemocratici hanno però subito rilanciato: da punto all’ordine del giorno per la prossima legislatura, il matrimonio egualitario lo è diventato di questa, ormai al termine. Schulz ha dunque annunciato, l’altro ieri, che la Spd, violando per la prima volta il patto di grande coalizione, avrebbe fatto ciò che si è rifiutata di fare nei quattro anni precedenti, e cioè portare nell’aula del Bundestag la proposta di legge con l’accordo di Verdi e Linke: i tre partiti hanno la maggioranza numerica della camera bassa. Contromossa a stretto giro: Merkel dichiara ufficialmente di fronte al suo gruppo che i deputati democristiani possono votare come vogliono. Ieri, l’ultimo passaggio: la commissione parlamentare competente dà luce verde al passaggio della proposta in aula.

Domani lo storico voto, che sarà nominale, poi qualche formalità al Bundesrat, la camera dei Länder, e – salvo imprevisti – entro la fine di luglio la Germania sarà il quattordicesimo Paese europeo (il dodicesimo nella Ue più Norvegia e Islanda) in cui le coppie fra omosessuali non sono in alcun modo legalmente discriminate. Le unioni civili stipulate dal 2001 a oggi potranno trasformarsi in matrimonio con una dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile. Le coppie potranno così acquisire anche il diritto pieno all’adozione: finora valeva solo la stepchild adoption.

Un messaggio dal Pride di Siviglia ai pride italiani

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Un messaggio dal Pride di Siviglia ai pride italiani.
Le riflessioni sul Siviglia Pride di Antonio Soggia, attivista del Maurice di Torino. Con l’occhio rivolto all’Italia

di Andrea Maccarrone pubblicato il 28 giugno 2017

Sono le settimane dei pride, che tra giugno e luglio animano sempre più città in Italia – quest’anno ben 24 – e in Europa. Quando parliamo di pride abbiamo in mente un’idea generale, ma siamo consapevoli che poi ognuno, ogni città, ha le sue caratteristiche uniche, le sue abitudini organizzative, le sue parole d’ordine. Un prodotto unico che nasce dall’interazione tra le realtà associative che li organizzano con le specificità sociali, politiche e storiche dei vari territori.

Sicuramente il confronto tra le varie e diverse esperienze, italiane e internazionali, può essere utile spunto di riflessione e di crescita. Per questo riteniamo utile pubblicare le note di confronto tra il Pride di Siviglia e quello di Torino proposte da Antonio Soggia, attivista del Maurice GLBTQ di Torino.

“Alcune riflessioni a caldo sul Pride di Siviglia, che magari possono tornarci utili in Italia e a Torino in particolare:

La testa del corteo, e lo striscione in particolare, erano presidiati dal movimento. In apertura stavano i messaggi con maggiore contenuto politico. Non so nelle altre città, ma a Torino negli ultimi anni lo striscione è stato retto da sindaci, assessori e consiglieri, trasformando di fatto l’apertura del corteo in una vetrina per la politica locale. Le istituzioni erano fortemente presenti, ma in forma discreta. La bandiera arcobaleno sventolava orgogliosa sul tetto del municipio, il Comune aveva curato una campagna di affissioni e distribuiva bandierine e palloncini. Ma era chiaro che il centro della manifestazione era il movimento LGBT.
Il messaggio centrale del Pride era internazionalista (“per l’uguaglianza lgbti nel mondo”), nonostante il corteo di Siviglia fosse tutto sommato periferico e Madrid ospiti in questi giorni il World Pride. Morale: non solo “la nostra patria è il mondo” e ci sono sempre buone ragioni per manifestare, ma l’omofobia e la transfobia non si sconfiggono solo con una legislazione avanzata come quella spagnola, che pure sta dando un contributo essenziale.
Impressionante lo spezzone del PSOE. Non solo, credo, perché i socialisti hanno qui la loro roccaforte, ma forse perché, da Zapatero in avanti, il Partito ha fatto propria senza ambiguità la causa Lgbti. Certo, c’erano gli spezzoni di Podemos e di Izquierda Unida, persino quello di Ciudadanos (centrodestra), ma il carro e lo spezzone del PSOE erano il settore politico più vivace. Avete presente la triste presenza del PD al Pride? Ecco, tutto il contrario. Musica, allegria, bandiere e striscioni rainbow con i simboli socialisti (il pugno e la rosa). Le parole d’ordine: “il socialismo è libertà” e orgoglio. Ecco: tutte parole e idee che il PD ha messo in soffitta da tempo, sempre che le siano mai appartenute.

Infine una chicca: due donne musulmane velate (magari ci saranno stati altri credenti musulmani, ma non erano riconoscibili), una anziana e una giovane. La prima, seduta, seguiva con curiosità e attenzione il corteo. La seconda era partecipe e filmava la parata. Mi hanno commosso, confermandomi che la visibilità, anche nelle forme colorate e disinibite del Pride, può generare incontro tra differenze”.

In memoria di Luki Massa

lukiCar@,
due notti fa  Luki Massa se n’è andata.

Vogliamo ricordarti così, cara Luki, sorridente guerriera al Torino Pride del 2006. E vogliamo ringraziarti per essere stata una compagna di lotte e per il grande contributo che hai dato al nostro movimento.

Regista, sceneggiatrice, attivista, studiosa lesbica, instancabile creatrice di Some Prefer Cake e di molti progetti che hanno diffuso cultura libertaria femminista lesbica.
Luki è stata una nostra grande, bellissima compagna.
Luki, con amore, resta nei nostri cammini.

Appello per il NO al referendum!

NOIl 4 dicembre saremo chiamate/i a decidere se confermare le modifiche alla Costituzione volute dal governo di Matteo Renzi: una scelta che ci riguarda direttamente anche come persone gay, lesbiche, bisessuali, transessuali/transgender, intersessuali e queer. Quando è in gioco l’assetto delle istituzioni politiche, significa che lo è la natura stessa della democrazia. E quando è in gioco la natura della democrazia, significa che lo è anche la nostra possibilità di autodeterminazione.

La revisione costituzionale è, a nostro giudizio, da rifiutare. Insieme alla nuova legge elettorale – l’Italicum – disegna un modello di democrazia molto meno “aperto alle differenze” di come non sia quello della Costituzione del ’48. Legge elettorale e modifica della Carta sono nate insieme e sono funzionali l’una all’altra. La filosofia che le ispira è quella del decisionismo e della governabilità, concezioni che esprimono l’idea del comando di un capo e di un gruppo omogeneo. Si tratta di “valori” solo per chi considera pluralismo e opposizioni come ostacoli da eliminare. Un punto di vista, quest’ultimo, oggi pericolosamente in voga: chi come noi è soggettivamente portatrice e portatore di identità che eccedono la normatività delle sedicenti “maggioranze”, chi è soggettivamente espressione di molteplici differenze che turbano ancora l’“ordine costituito” non può non preoccuparsene.

Lasciamo alle voci dei più autorevoli giuristi le analisi dettagliate sull’illegittimità dell’Italicum e sulla pessima qualità della revisione della Costituzione, che – non va sottovalutato – è stata cambiata a colpi di maggioranza, violandone quindi lo spirito. A noi interessa misurare i cambiamenti con il metro dei nostri vissuti e delle nostre esperienze nei movimenti lgbtq. Su questa base affermiamo che ciò che negli anni si è faticosamente costruito è frutto dell’iniziativa di minoranze che “disturbavano il manovratore”. I cambiamenti legali favorevoli alle persone lgbtq si sono avuti quando elaborazione culturale, pressione sociale e decisioni giudiziarie hanno reso insostenibile la posizione di chi voleva mantenere lo status quo di assoluta assenza di diritti. Le conquiste sono sempre state nonostante il potere, mai grazie ad esso.

È bene chiarire che se l’Italicum venisse modificato dal Parlamento non potremmo che rallegrarcene, ma nulla cambierebbe nella scelta referendaria. La nuova Costituzione non abolisce il Senato, ma ne crea uno non elettivo, che sarà espressione delle maggioranze delle singole regioni, dunque assai poco rappresentativo. Privato del potere di dare fiducia al governo, il Senato acquisisce però il diritto di designare due giudici della Corte costituzionale, che potrebbero facilmente essere espressione solo della maggioranza politica. E noi sappiamo, sulla nostra pelle, quanto sia importante – nel bene o nel male – il ruolo dei giudici delle leggi. Anche le nuove modalità di elezione del presidente della Repubblica – saranno sufficienti i tre quinti dei votanti delle due Camere in seduta comune – non sono tranquillizzanti. Il governo, poi, avrebbe più potere di imporre la propria agenda al Parlamento: un rischio che preferiamo non correre, perché non abbiamo mai conosciuto esecutivi realmente «amici» delle istanze del movimento lgbtq.

I cambiamenti voluti dal governo di Renzi piacciono alle élite economiche e finanziarie, nazionali e internazionali, che vogliono velocità di comando e assenza di conflitto. Per chi crede nella partecipazione, nella politica come pratica di relazioni e non come delega all’uomo della provvidenza (che oggi può chiamarsi in un modo, domani in un altro), nello stretto legame fra diritti civili, politici e sociali, per chi crede nella politica che è scritta nella storia dei movimenti lgbtq, dunque, non vi possono essere molti dubbi: al referendum bisogna votare No!

Maurice glbtq- Torino

Circolo Pink- Verona
Pianeta Viola- Brescia
MIT (Movimento Identità Transgender)- Bologna
Collettivo universitario lgbt Identità unite- Torino
Anna Lorenzetti
Mariagrazia Sangalli
Antonio Rotelli
Liliana Ellena
Patrizia Colosio
Graziella Bertozzo
Paola Guazzo
Elena Biagini
Daniela Danna
Francesco Bilotta
Silvia Casassa
Robeto Aere
Andrea Maccarrone
Mirco Zanaboni
Andrea Demarchi
Marco Pustianaz
Paolo Hutter
Dario Accolla
Lino Manfredi
Laura Mariotti
Monica Romano


Partecipa al confronto! Famiglie, figli, diritti e comunità GLBTQ

mumbleAll’indomani dell’approvazione al Senato del DDL Cirinnà e delle mobilitazioni nelle piazze, Margherita Giacobino ha pubblicato una riflessione sul numero di marzo di Aspirina, intitolata FAMIGLIE, DIRITTI E FIGLI. E’ un testo che pone molte questioni e offre più piani di riflessione.
Per noi può rappresentare un concreto spunto da cui partire, per confrontare visioni fuori dalle pastoie e dalle agende imposte dalla politica istituzionale che da tanti, troppi anni condizionano il non-dibattito all’interno del movimento GLBTQ.
L’invito è a leggerlo innanzitutto, e speriamo anche che susciti in molt* la voglia di rispondere, di scrivere.
Al momento la riflessione di Margherita Giacobino (Aspirina, marzo 2016), ha stimolato i contributi che pubblichiamo. 
Aspettiamo anche il tuo!
(inviateli a segreteria@mauriceglbt.org)

“Ho letto con sollievo il testo di Margherita Giacobino, anche i passaggi più spinosi, anche quelli che mi hanno irritata. E’ riuscita a appassionarmi e emozionarmi, pur discorrendo di questioni che mi danno nausea, perché da anni e anni inchiodano la mia vita di attivista glbtq: diritti, matrimonio omosessuale, coppia, famiglia, figli, uguaglianza.” di Roberta Padovano [Padovano_Riflessioni post Misantropa]

“La riflessione di Margherita, molto stimolante, parte proprio dal concetto di diritto e lo rimette radicalmente in discussione. Certamente non perché non ne riconosca il valore, ma perché sottolinea come di questi tempi la confusione regni sovrana su alcuni principi che ci sembravano indiscutibili e quindi spesso venga usato questo termine a sproposito, facendo un bel guazzabuglio tra diritto, possibilità ed affermazione di potere.” di Gigi Malaroda [Malaroda_Riflessioni post Misantropa]

“Sono da pochi anni una militante lesbica e la partecipazione alla vita di questa comunità è troppo recente per avere vissuto tempi migliori e ricchi di suggestioni, contaminazioni, lotte. Il senso di appartenenza anche a me a tratti fa bene e a tratti soffoca e sta stretto.” di Veronica Vennettilli [Vennettilli_Riflessioni post Misantropa]

“Stimolato dall’articolo di Margherita Giacobino, di seguito un semplice riordino – con leggera rivisitazione – di alcune riflessioni precedenti sul tema coppia/matrimonio, meno rispetto invece “quell’oscuro oggetto del desiderio” che è la genitorialità.” di Maurizio Nicolazzo [Nicolazzo_Riflessioni post Misantropa]

“Famiglie, diritti e figli” di Margherita Giacobino

mumbleAll’indomani dell’approvazione al Senato del DDL Cirinnà e delle mobilitazioni nelle piazze, Margherita Giacobino ha pubblicato una riflessione sul numero di marzo di Aspirina, intitolata FAMIGLIE, DIRITTI E FIGLI. E’ un testo che pone molte questioni e offre più piani di riflessione.
Per noi può rappresentare un concreto spunto da cui partire, per confrontare visioni fuori dalle pastoie e dalle agende imposte dalla politica istituzionale che da tanti, troppi anni condizionano il non-dibattito all’interno del movimento GLBTQ.
L’invito è a leggerlo innanzitutto, e speriamo anche che susciti in molt* la voglia di rispondere, di scrivere. Intanto mettiamo a disposizione questo spazio per far circolare intanto i testi che nasceranno e che pubblicheremo qui (inviateli a segreteria@mauriceglbt.org). S
uccessivamente proporremo un incontro per confrontarci e mettere in comune le riflessioni raccolte.
“Quando la misantropa diventa seriosa”
di Margherita Giacobino

FAMIGLIE, DIRITTI E FIGLI

Luguaglianza
La lotta delle donne, dei neri, delle minoranze, si è sempre svolta – anche – sulla questione dei diritti. Diritto di voto, di pari salario, di libertà personale, diritti civili.
È
una lotta fondamentale, di solito preliminare a qualunque altra.
Per
ò la nozione di diritto varia a seconda dei tempi e dei luoghi.

Nella Germania nazista ogni cittadino ariano aveva il diritto di maltrattare e derubare gli ebrei. Nella Grecia di Pericle ogni cittadino (=uomo abbiente) aveva diritto di ammazzare i suoi schiavi, le sue donne, i suoi figli esattamente come le sue pecore.
Nella nostra società di oggi, ognuno di noi ha il diritto di mangiare carne di animali allevati e uccisi in modo brutale. O di abbattere un albero sano per cementificare il cortile della casa di campagna.
Cose, queste ultime, che non scandalizzeranno la maggior parte della gente… continua a leggere qui

RIFLESSIONI POST MISANTROPA

Solidarietà ad Atlantide

atlantide-cassero-porta-santo-stefanoIl 9 ottobre è avvenuto lo sgombero di Atlantide: esprimiamo la nostra solidarietà ai compagni e alle compagne bolognesi!

Da Torino a Bologna, in tutta Italia assistiamo a una stretta sulla “legalità”. Spesso sfruttando la “rabbia” rabbiosa e rancorosa di pochi cittadini infastiditi da gente che non amano (ed è un odio “politico” anche questo), sindaci, assessori, prefetti, politicanti vari di fanno araldi e paladine dell’ordine e del rispetto delle regole. Che amara contraddizione, se pensiamo al livello di corruzione e di sfregio del diritto a cui arriva oggi la stessa classe politica ufficiale. Ma non è solo questo il punto.

Ci sono poi gli interessi economici di quelli che sono pronti a comprarsi per quattro euro gli spazi sgomberati. Sì, perché il passo dopo lo sgombero è la privatizzazione e la svendita del patrimonio pubblico. Ma non è nemmeno solo questo il punto.

Siamo solidali con tutte le realtà occupate che da anni fanno un lavoro politico e sociale importante, originale, pieno di significato, e lo fanno certamente per motivi diversi e opposti all’avidità personale e all’affarismo. Lo fanno perché hanno in mente un’altra idea – più autentica – del bene comune. Un’idea che va in direzione opposta alla privatizzazione delle nostre vite e che implica che soprattutto le realtà territoriali, locali, i “comuni”, siano sensibili e responsabili nel consentire spazi di cittadinanza democratica. Questo è il punto!
Oggi la nostra più viva e partecipe solidarietà va alle compagne e ai compagni di Atlantide, a Bologna: spazio frocio, femminista, punk che esiste dalla fine degli anni ’90. Sono esperienze preziose che sarebbe criminale far scomparire. Chiediamo quindi all’amministrazione di riconoscere i collettivi che animano Atlantide come degni interlocutori e di giungere con loro, e non contro di loro, a una soluzione che permetta a questa esperienza di continuare.
Perché “se Atlantide affonda la cercherete per millenni”.

La posta in gioco dietro le Sentinelle

gender manifesto

In vista del secondo Sinodo sulla Famiglia dell’ottobre 2015 cresce la mobilitazione degli ambienti cattolici più conservatori e insieme il nostro desiderio di decodificare quanto si muove dietro le quinte della sua rappresentazione. La parte più appariscente, quella delle Sentinelle in piedi che si radunano nelle piazze centrali delle città è la meno interessante, anche se è quella che invece si presta benissimo a intercettare l’attenzione e le proteste e anzi pare fatta apposta per quella funzione.
Più interessante è occuparsi di quanto accade nelle periferie e nelle province dove la propaganda integralista veicola in mille rivoli differenti le sue panzane terroristiche.

E’ anche utile provare a intercettare quel che si muove all’interno del mondo ultrà cattolico.
Tra le iniziative degli ultimi mesi, la Supplica filiale, una petizione on line, in cui si chiede al Papa di fugare “il generalizzato disorientamento causato dall’eventualità che in seno alla Chiesa si apra una breccia tale da permettere l’adulterio e perfino una virtuale accettazione delle unioni omosessuali. Tutte pratiche, queste, condannate categoricamente dalla Chiesa come opposte alla legge divina e naturale”.
Tra i primi firmatari, decine di teste coronate dagli altisonanti quanto risibili titoli come l’Imperial Casa del Brasile Braganza e Orléans e l’Arciduchessa d’Asburgo, personaggi quali il nostrano immarcescibile Carlo Casini, un tot di cardinali conservatori e decine di migliaia di sconosciuti ai più. La Supplica, chiedendo chiarezza, di fatto accusa di ambiguità e di elusività il primo sinodo sulla famiglia e le posizioni ufficiali di Bergoglio.

Contemporaneamente l’associazione che dà vita alla Supplica (che pare abbia superato le 400 mila firme, pochino a livello mondiale…) lancia anche un altro pezzo propedeutico al dibattito pre sinodale, il vademecum Opzione preferenziale per la famiglia, 100 domande e 100 risposte intorno ai temi della sessualità, divorzio, omosessualità, la comunione ai divorziati risposati e molte altre, tradotto in 7 lingue, di cui sono autori alcuni prelati ultrà. E le risposte rimandano “all’immutata dottrina della Chiesa cattolica su queste materie”, contro ogni tentazione riformatrice.

L’armamentario dei cattolici bigotti in Italia può anche contare sulle voci di due imprese giornalistiche, La Croce e La Nuova Bussola Quotidiana. Il primo, dalla grafica splatter grondante sangue, non ha superato la prova dell’uscita cartacea, chiudendo dopo pochi mesi.
Ma è forse dalla lettura degli ultimi editoriali de La Nuova Bussola quotidiana che si coglie lo scontro in atto: il 3 agosto Roberto Marchesini in Chiesa e Gender, prove di compromesso, attacca frontalmente l’editoriale apparso pochi giorni prima su Avvenire Non solo ideologia. Riapproppriamoci del genere, in cui la sociologa Chiara Giaccardi, propone un’analisi del dibattito culturale e giuridico oltre la polarizzazione tra le fazioni opposte – no gender-pro gender (sic!).
“Dire che semplicemente uomini e donne si nasce, o che semplicemente lo si diventa, è contrapporre due verità che invece stanno insieme: uomini e donne si nasce e si diventa. E in questo processo, che dura tutta la vita, contano tanti aspetti: la storia, la cultura, la religione, l’educazione, i modelli, le vicende personali, l’essere situati in un tempo, uno spazio, un corpo” Giaccardi invita i cattolici a «riappropriarsi del genere» nella convinzione che “un’antropologia cristiana abbia, oggi, da portare un contributo positivo preziosissimo alla doverosa riflessione sul ‘gender’”.
Marchesini si scatena brandendo Aristotele, San Tommaso per fare dotte speculazioni sulla teleologia fino a passaggi sgangherati come questo: “L’ideologia di genere non è nata, come sostiene la professoressa Giaccardi, per «denunciare e contrastare posizioni teoriche astratte e pratiche consolidate, basate sulla disuguaglianza» (a questo, da più di duemila anni, ci pensa il cristianesimo); l’ideologia di genere è nata per giustificare il senso di inadeguatezza rispetto ai ruoli sessuali di alcune intellettuali lesbiche” (sic!). Tutto l’articolo è un attacco alla presunta apertura del quotidiano dei vescovi italiani alla cosiddetta Teoria del gender.

E ancora un ultimo esempio tratto da La Croce, dove la calura agostana infuoca l’Armageddon nella mente di Adinolfi: questa, proprio questa sarebbe l’estate in cui ”si stanno combattendo due visioni antropologiche contrapposte: c’è chi vede l’essere umano come persona in relazione e come tale sacro e intangibile; c’è chi sta lavorando per trasformare le persone in cose, reificando l’essere umano e rendendolo mera merce”. Tutti i mali infernali, che traggono origine “dalla desessualizzazione della genitorialità, si abbattono in questa strana e pericolosa estate come un’onda anomala sulla vita di tutti noi”.
Ancora e sempre l’ossessione delle unioni tra persone dello stesso sesso, della messa in discussione della “famiglia naturale”

Questa rapida carrellata su pezzi della macchina di propaganda messa in moto dagli integralisti ultrà cattolici fa sorgere inquietudini, interrogativi e ipotesi.

Inquietudini. La propaganda sembra mettere a disposizione parole e immaginari prêt-à-porter facilmente acchiappabili da soggetti in cerca di ancoraggi politici e culturali, che troverebbero in queste costruzioni la tranquillizzante retorica dello scontro tra bene e male, la possibilità di identificare dei nemici e ricevere in cambio riconoscimento e identità.
E’ inquietante assistere a un dispiegamento di immaginari volti a inculcare certezze bellicose, fantasie di purezza di sè da contrapporre alla corruzione, al peccato, alla malattia, alla colpa dell’Altro.

Interrogativi e ipotesi. Forse è un limite degli strumenti in nostro possesso, ma non riusciamo a intercettare altrettanta effervescenza di iniziativa nel campo cattolico progressista. Certo c’è la questione dei finanziamenti su cui possono contare gli integralisti, ma sembra un argomento insoddisfacente.

Quali sono le ragioni di questo dispiegamento propagandistico?
Qual è la posta in gioco? L’ossessione contro le unioni tra persone dello stesso sesso, il rifiuto dell’equipararle alla famiglia, la sola fondata sull’unione tra uomo e donna, si spiega bene come (disperata) difesa, senza mai nominarlo, del diritto naturale, contrapposto al diritto come patto.
Questo fu il cavallo di battaglia di Papa Wojtyla, che di formazione era appunto teologo morale specializzato in teologia della famiglia.
Se crolla l’idea della famiglia naturale non crolla forse tutto il castello del diritto naturale?
Si dovrebbe allora fare i conti con il diritto come patto, restituendo tutto alla dialettica sociale, con quello che ne consegue. Quanti, schierati contro la cosiddetta teoria del gender sarebbero disposti ad accogliere coerentemente tutto il pacchetto del diritto naturale?

Dietro la partita della lotta contro il gender, e dunque delle unioni civili e più ancora del matrimonio egualitario si gioca il pezzo da novanta dell’egemonia cattolica, con le sue ricadute nei campi dell’educazione e della formazione.
Le strategie in atto sono molteplici e meritano la massima attenzione.
In tal senso il siparietto delle Sentinelle, il gender e tutte le panzane intorno appaiono sempre più come armi di distrazione di massa, o sabbia negli occhi, se si preferisce.

Roberta Padovano

La via maltese ai diritti LGBTQI. Un contributo di Ruth Baldacchino

zebra crossing rainbowMalta è vicina?
Un contributo di Ruth Baldacchino, attivista LGBTIQ maltese e Co-Segretaria Generale di Ilga World.

Malta e Irlanda, due paesi ritenuti dall’opinione comune profondamente cattolici, hanno recentemente adottato leggi che riconoscono importanti diritti per le persone gay, lesbiche, transessuali e intersessuali: l’Irlanda, con il matrimonio egualitario, e Malta, che a un anno dalla legge sulle unioni civili, ha adottato l’avanzato GIGESC act (Gender Identity, Gender Expression and Sex Characteristics act).

Abbiamo chiesto a attivist* per i diritti LGBTIQ di entrambi i paesi un commento sul percorso che ha portato a questi splendidi risultati. Ci sembra utile e interessante la loro opinione, come tutto quanto contribuisce a scollarci dall’idea paralizzante dello strapotere della Chiesa cattolica, determinante nel grave ritardo dell’Italia sui diritti delle persone LGBTIQ.

Il potere delle gerarchie vaticane in Italia è certamente profondo e pervasivo, ma altrettanto profonda e pervasiva è la sopravvalutazione di quel potere, con l’effetto paralizzante che spesso appanna la possibilità di guardare diritto in faccia le responsabilità della classe politica, e i differenti modi con cui il Vaticano esercita la sua egemonia, attraverso il capillare sistema di clientele che ha nell’assistenza, nella formazione e nell’educazione scolastica i suoi capisaldi.
A cura del Maurice glbtq

Iniziamo da Ruth Baldacchino, attivista LGBTIQ maltese, Co-Segretaria Generale di Ilga World.

A mio parere, ci sono alcuni fattori che distinguono Malta da altri paesi, come l’Irlanda e l’Italia. E’ vero che i tre paesi hanno in comune il dominio della Chiesa cattolica nella loro lunga storia, ma ogni paese ha avuto un suo proprio scenario politico.

Ed è questo scenario che a mio parere ha determinato come i diritti connessi alle donne, alle persone LGBTIQ e ancora altre questioni si sono potute sviluppare a Malta.

 Un po’ di storia.

E’ importante rilevare che mentre l’Europa occidentale faceva esperienza dell’impatto dei movimenti femministi negli anni ’60, ’70 e ’80, Malta stava appena emergendo dalla morsa coloniale. Comprendere il rapporto tra la Chiesa, la classe politica maltese e i governanti britannici è di fondamentale importanza in quanto tale rapporto ha influenzato gran parte dello scenario conseguente.

Durante il dominio britannico numerosi furono i conflitti tra la Chiesa cattolica e i governanti. Uno degli oggetti del contendere riguardava l’uso della lingua italiana, in vigore a Malta dal 1530, difeso sia dalla Chiesa sia dalle èlite maltesi.  Nel 1921 al momento della concessione da parte britannica dell’autogoverno, fu proprio la questione della lingua italiana una delle ragioni che crearono i disordini e il ritiro della concessione di autogoverno.

Rei di peccato mortale furono considerati dalla Chiesa gli elettori del partito che vinse, e anche i suoi alleati.

Questi rapidi riferimenti mostrano le modalità con cui la Chiesa cattolica cercò di mantenere il controllo in paricolari ambiti della vita maltese, l’educazione, scolastica e familiare e  quali la scuola la politica locale.

Nel 1934 il maltese venne dichiarato lingua nazionale insieme all’Inglese e all’Italiano e la Chiesa ancora una volta si oppose, insieme alle èlite locali, considerando l’insegnamento e l”uso del maltese un aperto atto di sfida. Chiaramente questa scelta fu intesa come una tattica dei britannici per indebolire l’enorme potere clericale sulla popolazione.

Nel 1960, la Chiesa cattolica emise un decreto contro il partito laburista (che è notoriamente indicato come ‘l-interdett’), i cui elettori furono messi al bando dalle messe e da altri eventi religiosi, così come furono bandite le celebrazioni dei “matrimoni misti” nelle chiese o cappelle. Alle famiglie dei sostenitori del Partito Labourista venne fatto divieto di dare sepoltura ai propri parenti nei cimiteri di proprietà della Chiesa (ovvero tutti i cimiteri, ad eccezione di quelli militari britannici!).
Per la Chiesa il partito laburista era il frutto avvelenato della politica dell’Europa continentale, in particolare dal comunismo.
Nel 1964, Malta ottenne l’indipendenza dagli inglesi pur mantenendo la Regina come capo dello Stato per i successivi 10 anni quando fu dichiarata la Repubblica, con un presidente come capo di stato. Furono anni di disordini civili, in particolare tra i due principali partiti politici, il partito nazionalista e quello laburista. Il partito laburista al governo negli anni ’70 determinò alcuni cambiamenti rivoluzionari:
1. La decriminalizzazione dell’adulterio e degli atti sessuali “contro natura” (tra i quali veniva annoverata l’omosessualità maschile).
2  l’introduzione del sistema di assistenza sociale, che comprendeva l’istruzione obbligatoria (e gratuita), l’assistenza sanitaria gratuita, e molti altri benefici.
3. la nazionalizzazione dei servizi pubblici, come la sanità, l’istruzione (che in precedenza era controllato dalla Chiesa), i trasporti (comprese le compagnie aeree di bandiera).
Da un punto di vista economico non fu il migliore dei periodi, ma da un punto di vista della giustizia sociale certamente sì, fu l’inizio del welfare a Malta.
In quegli stessi anni paesi come la Francia e l’Italia introdussero il divorzio e la legislazione sull’aborto.

Altri elementi.
Il Partito Nazionalista salì al potere nel 1987 e vi rimase fino al 2013, ad eccezione dei quasi due anni di governo laburista, tra il 1996 e il 1998.  Furono anni in cui l’economia maltese crebbe, ma non altrettanto la situazione per i diritti umani. Ci furono sono stati piccoli cambiamenti, ma niente di entusiasmante.
Un forte cambiamento è stato determinato con il referendum del 2011, quando vinse il Sì al divorzio. Può essere ancora presto per valutare l’impatto, ma c’è chi ritiene che la vittoria della legislazione sul divorzio o meglio il processo che ha condotta ad essa hanno gravemente indebolito la Chiesa cattolica (che ha finanziato fortemente il campo anti-divorzio ).

Gli anni recenti
Infine, alle elezioni del 2013, dopo 25 anni quasi ininterrotti di opposizione, il Partito Laburista ha vinto con un margine storico e con un chiaro mandato che includeva i diritti LGBTIQ.
Per la prima volta i diritti LGBTIQ sono stati parte di un programma elettorale; e per la prima volta abbiamo avuto un Ministero per le Libertà Civili e un Ministro che capisce non solo i problemi, ma è anche disposto a imparare (una caratteristica rara nei politici!).
La vecchia generazione temeva che saremmo tornati agli anni ’70, ma credo che anche la Chiesa ha cambiato le regole del gioco in relazione al nuovo partito al governo – ha preso le distanze e in un certo senso non siamo del tutto sicuri di dove si sta posizionando!
Questo è il contesto in cui sono entrati in vigore la legge sulle Unioni Civili e il GIGESC Act (Gender Identity, Gender Expression and Sex Characteristics Act). Durante l’iter legislativo la gente, specialmente all’interno della pubblica amministrazione, era davvero partecipe e desiderosa di cambiare le cose.
Tutto ciò non sarebbe stato possibile se organizzazioni non governative, in particolare il Malta Gay Rights Movement, non avessero avuto una strategia nel loro approccio.
Ci siamo mossi con precauzione ma con una strategia in mente; abbiamo preparato il terreno, lavorando con le associazioni professionali e con i media (che sono stati prevalentemente pro-LGBTIQ); abbiamo svolto le nostre ricerche; ci siamo impegnati in processi internazionali (ad esempio, quando la situazione di Malta è stata esaminata da diversi organismi delle Nazioni Unite); ma abbiamo anche stabilito un rapporto molto forte, mettendoci direttamente in gioco, con reti quali ILGA, ILGA-Europe, TGEU e IGLYO. Questo legame è stata la nostra ancora di salvezza, ci ha fornito conoscenze, collegamenti e sostegno e, a nostra volta, vi abbiamo contribuito.
Quello che volevo sottolineare in tutto questo è che Malta è stata sempre etichettata come uno dei paesi più conservatori d’Europa, soprattutto a causa della Chiesa Cattolica. Ci sono elementi di verità, ma ci sono anche molte supposizioni che vengono fatte su un paese e sulla sua gente. Ci sono certamente maltesi conservatori e che non amano quello che sta succedendo. Ma ad oggi non abbiamo visto alcuna opposizione né violenta né altrimenti,  e ciò dimostra, a mio parere, che i maltesi non sono poi così conservatori come venivano etichettati. Penso che abbiamo sfidato i pregiudizi che i maltesi avevano di se stessi; e credo che questo sia anche quello che è successo in Irlanda… e che speriamo accada in Italia!
Quale sarà la prossima battaglia? L’ultimo e indicibile tabù: la legalizzazione dell’aborto e i diritti alla salute sessuali e riproduttiva.

Comunicato stampa: Un sentenza che cambia la vita alle persone trans e non solo

La sentenza della cassazione sul cambio di genere senza intervento chirurgico per le persone transessuali, rappresenta una vittoria storica, non solo per chi da anni lotta per il riconoscimento di questo diritto, ma per il principio stesso di libertà e autodeterminazione.
Questa sentenza, ottenuta grazie al lavoro di Rete Lenford – Avvocatura per i diritti LGBTI, ci dice chiaramente che, se una persona trans non lo desidera, non può essere obbligata a fare un intervento solo per ottenere un riconoscimento sociale. I corpi non devono pagare il prezzo di una normatività che esige l’ordinamento sociale. Se dobbiamo essere pubblicamente riconoscibili, tramite dei documenti, non è giusto chiedere ai nostri corpi di pagare questo prezzo.
Ora la strada è aperta, per tutti i tribunali che hanno troppe volte interpretato liberticidamente la legge 164/82 e per una nuova legge che tenga conto dei mutamenti dei tempi e delle esigenze reali delle persone trans.
La lotta continua ma abbiamo vinto un’importante battaglia.

Maurice glbtq